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Cohousing = accoglienza, inclusione, integrazione

Oltre alla mera traduzione letterale “coabitare”, cohousing può significare molte altre cose.

Silver Cohousing Roma

Ne sono esempi esperienze italiane e internazionali come il cohousing per anziani della Comunità di Sant’Egidio o il cohousing per migranti e rifugiati di Bruxelles, protagoniste di racconti digitali e televisivi della nostra rete nazionale.

A Roma, nel “silver cohousing” della Comunità di Sant’Egidio, vivono sei anziani che condividono un appartamento con cucina e soggiorno, un piccolo orto e una badante a disposizione giorno e notte per gestire la casa e fare quello che a 99 anni – sì, perché il più anziano di tutti, Michele, ha la veneranda età di 99 anni – non si riesce a fare, almeno non da soli.

Un cohousing, quello “silver” di Roma, nato dall’incontro delle esigenze di anziani che nella loro storia hanno trovato difficoltà abitative e/o economiche, spiega Roberto, volontario della Comunità, intervistato da Rai 2 Next. “L’idea di convivere è un’idea che la crisi ha contribuito a rendere attuale”, aggiunge Roberto.

In Italia gli anziani che vivono da soli sono tre milioni e mezzo. Quasi la metà, il 46%, vive con una pensione che non arriva a 1.000 euro mensili, pensione con la quale non sempre si riescono a pagare tutte le spese di casa e di certo non ci si può permettere una badante a tempo pieno che possa dare una mano, un po’ di sicurezza e fare anche un po’ di compagnia.

In un cohousing come questo si combatte la crisi e anche la solitudine, povertà spirituale che è un problema non meno presente e pesante della povertà economica.

Josefa House Bruxelles

Altra applicazione trova il cohousing a Bruxelles: qui si punta a includere e integrare migranti e rifugiati, senza creare quelle situazioni “ghetto” che spesso creano più problemi che benefici alla città.
Il cohousing nascerà nel quartiere di Ixelles, zona centrale della città, conterà 2500 metri quadrati per 42 appartamenti e alcune aree comuni, tra cui un ristorante e uno spazio dedicato a salute, cultura e mediazione. Qui potrà vivere chiunque ne farà richiesta – lavoratori, volontari, studenti, ecc. – oltre a 50 rifugiati, che vi avranno accesso per un massimo di sei mesi.

Si chiamerà Josefa House e il suo obiettivo sarà quello di fare dell’immigrazione – che nel Belgio ha numeri importanti: ogni giorno sono più di 100 le domande di asilo – una risorsa per la comunità, dando un’opportunità ai migranti di farsi conoscere, di portare la propria storia come insegnamento ed esperienza.

Non è da escludere che, in un futuro speriamo non troppo lontano, esperienze di questo tipo avranno sostegno e successo anche in Italia, dove l’integrazione è un tema tutt’altro che marginale.

 

Fonti:
Rai 2 Next sul “silver cohousing” di Roma
Percorsi di secondo Welfare sul cohousing per migranti e rifugiati di Bruxelles


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